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LE MONTAGNE CELESTI

LE MONTAGNE CELESTI

by Chiara Gusmeroli

Dopo aver testato le proprie ambizioni su alcune big wall tra Alpi e Patagonia, nelle ultime stagioni Chiara Gusmeroli ha virato sulle pareti più remote dell’Asia centro-meridionale. Ad accompagnarla, l’approccio “less is more”, che predilige l’adattamento e l’eccitazione della scoperta alla gloria delle foto sulle vette delle montagne più iconiche al mondo. 


Ad aprile 2026, un nuovo capitolo: l’esplorazione sugli sci del Tien Shan, nel cuore del Kirghizistan. Un gruppo di amici, una vaga idea delle condizioni nevose, una vecchia mappa di questa catena di cime inviolate e una voglia matta di riscattare un inverno risicato. Sono questi i pochi ingredienti di una spedizione a caccia dell’avventura più primordiale, in una regione in cui è l’incertezza a prevalere.
 

Avete presente quando cercate disperatamente un po’ di ossigeno per uscire da una nuvola di gas? Ecco, la spedizione in Kirghizistan è arrivata per me al momento più opportuno. Un po’ per gli acciacchi di fine anno e un po’ per l’inverno che stentava ad arrivare in Valtellina, l’ultimo periodo mi aveva lasciato l’amaro in bocca. 
Questi fattori avevano soltanto scalfito l’estrema positività con cui ho sempre guardato il mondo e le persone, ma la necessità di partire per perdermi e ritrovarmi era arrivata in ogni caso al culmine.


Finalmente mi ritrovo davanti al mio saccone pieno di ferraglia, abbigliamento pesante e due aste celesti che ormai da troppe settimane non vedono la colla delle pelli. Con me grandi amici e compagni di avventure: Irene, Luca, Billy, Nico, Matti, Ale e Marco.
Le gambe sono pesanti, la testa, al contrario, alleggerita al solo pensiero di partire di nuovo con diversi punti di domanda su ciò che troveremo. 


La valle del Tien Shan era entrata nel radar qualche mese prima, grazie a Irene — era stata lei a parlarmene per la prima volta poco dopo il mio rientro dalla Rangtik Valley, nel Ladakh indiano. Le due valli sono a solo 1000 km di distanza in linea d'aria e seppur in questo caso si trattava di “scialpinismo esplorativo” mentre nell’altro di “alpinismo esplorativo”, l'idea di trovarmi nuovamente catapultata in un ambiente remoto e selvaggio da poter scoprire contando solo sulle proprie gambe e su ottimi amici era già abbastanza per convincermi. 
Discipline diverse, stesso linguaggio: fair means, incertezza, muoversi in punta di piedi. 


Il nostro target sono i monti del Tien Shan, una lunga dorsale che svetta sopra i 6000 m con le sue punte aguzze. Siamo nel cuore del Khirghizistan e per interpretare l’area possiamo contare su un paio di foto e su una storica cartina sovietica stampata su fogli A3. 
Agli aspetti alpinistici della vallata si somma il valore che queste terre hanno per il popolo kirghiso. Secondo la religione locale, le “montagne celesti” rappresentano il ponte tra umano e divino e possono essere salite solo dopo aver ottenuto l’approvazione dai capi delle comunità che abitano la regione.

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Le tappe, in ordine: volo su Bishkek, trasferimento a Karakol, partenza per il campo base (3200 m), ed esplorazione delle vette circostanti, guidati dall’istinto nell’oceano bianco che ci circonda.
Il Khirghizistan brilla nel suo contrasto in piena primavera, mentre usciamo dalla capitale. Ai lati della jeep che ci conduce al primo punto sulla mappa, pecore e cavalli corrono sui prati secchi e letteralmente infiniti. Sullo sfondo, le creste che da sfocate appaiono via via più nitide, annullando le nostre preoccupazioni iniziali sull’abbondanza dell’unico elemento necessario per il nostro scopo. 


Mentre procediamo a passo d’uomo, io e i miei compagni restiamo in assoluto silenzio, totalmente risucchiati dal paradiso outdoor che si è aperto all’improvviso di fronte a noi. Tra le vette che nomina la nostra guida, rimango estasiata in particolare dal Khan Tengri (6995 m.), dalla sua parete nord ovest rocciosa, un triangolo perfetto. La vista di questa piramide di roccia e ghiaccio così irraggiungibile, ha risvegliato in me qualcosa.


Finalmente, dopo aver attraversato innumerevoli strade sterrate e pascoli, e dopo aver fatto riemergere il mezzo a motore dai fanghi delle jailoo, siamo al campo base.
Dopo un volo tutto sommato rapido, l’attesa si era fatta snervante. Nemmeno il tempo di realizzare dove siamo capitati e ribaltiamo i nostri bagagli per mettere insieme l’attrezzatura. Per il momento possiamo tenere gli sci solo nello zaino, ma “spallando” lungo le prime salite ci accorgiamo che la caccia alla prima traccia è aperta. In nemmeno un’ora raggiungiamo un promontorio molto suggestivo, da cui si apprezzano le distese che si stagliano all’orizzonte. La discesa al tramonto ci regala curve su firn piacevole. Un antipasto succulento per la scorpacciata che ci attendeva nei giorni seguenti.

 

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Le giornate seguenti trascorrono tra le differenti valli che compongono la Sary Jaz Valley. Il piano è sempre lo stesso: si cammina per diversi km su terreno erboso con gli sci nello zaino, per poi calzarli sulle prime lingue di ghiacciaio - decisamente ritratti rispetto alle cartine a nostra disposizione. Siamo solo otto puntini colorati che con curiosa decisione fanno scivolare le loro aste sul manto nevoso di queste montagne eterne. Il senso di piccolezza, unito a un senso pieno di avventura, mi entusiasmano ed attirano allo stesso tempo. 


Non c’è spiegazione razionale per questa sensazione, solo la consapevolezza di quanto sia strano a volte dover andare così lontano per ritrovare la propria essenza. 
In un mondo in cui si trovano foto di tutte le montagne più belle, inquadrate da ogni loro versante, mi ritrovo stupita ed attirata da queste cime sconosciute, senza nome, eternamente maestose e sulle quali nessuno ha mai messo piede. Ogni giorno vorrei sciare la vetta più bella della valle e le gambe “trottano” ignorando la stanchezza ed il peso sullo zaino; i crepacci sono porte d’accesso ed oltrepassarli mi dà, stranamente, leggerezza e senso di appartenenza a questo angolo di mondo. 


In sintesi, completiamo sette ups & downs tra i 4200 e i 4400, ad alcune delle quali assegniamo noi i nomi:


- “Anticima Dell’Oro” (3891 m)
- OSA Peak (4201 m) - inviolata
- “Pala dei Due Faraoni” (4143 m) - inviolate
- Cima q. 4262 m
- Tenishtick Peak (4311 m) - inviolata
- Patrol Peak (4317 m)  - inviolata 
in onore del nostro autista Tenishtick e della sua inarrestabile Nissan che ci ha consentito di guadagnare preziosi km nel fondovalle
- Cima 75° OSA (4337 m) - inviolata
 
Il senso di appagamento nel raggiungere la cima è minimo, paragonato al senso di infinito che si prova lassù, mentre il battito finalmente torna ad un ritmo costante e gli occhi luccicano guardando l’immensa catena montuosa del Tien Shan con le sue vette più alte, le sue seraccate pensili e la verticalità delle pareti rocciose su cui nemmeno la neve riesce a posarsi. 


In una stagione che ha lasciato qualche parentesi negativa, mi ritrovo irraggiata dalla purezza delle montagne celesti. Ora che ho saldato il conto con un inverno in chiaroscuro, posso tornare ad arrampicare. 

EXPERIENCE BY

CHIARA GUSMEROLI

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