DOVE ARDE IL FUOCO PRIMORDIALE
by Giacomo Meneghello
Il Selvaggio Blu è definito come il trekking più duro d’Europa, spesso del mondo. Tra passaggi da ritrovare, discese esposte in doppia e assenza totale di rifugi, nasce così un’avventura alla ricerca del fuoco primordiale e del valore di ogni singola goccia d’acqua.
IL CAVALLO, LA SENTINELLA, IL TESTIMONE
Cos’è quella fiamma che per te fa ardere il senso di una nuova avventura? Per me, Saro e Fabio, sicuramente è l’incognita. La consapevolezza di non conoscere quale paesaggio potremmo trovare dietro una roccia, o addirittura dove ci accamperemo la notte. Se affrontato con la necessaria dose di giudizio, ogni progetto in montagna può trovare la sua realizzazione dietro un iniziale punto di domanda. Così sarebbe stato per il Selvaggio Blu. Ci piaceva l’idea di non dover etichettare questo percorso, che unisce trekking-alpinistico e avventura in un’uscita di più giorni. Nessun supporto esterno lungo il percorso, se non un bivacco improvvisato.
Ci siamo posti l’obiettivo di raggiungere Cala Gonone dopo due notti, con partenza da Santa Maria Navarrese e allungando l’itinerario ufficiale disegnato nell’87’ dall'alpinista Mario Verin e dall'architetto Peppino Cicalò. Avremmo accumulato quasi 24 km e 500 m. di dislivello positivo in più sulle gambe, ma l’alternanza della macchia mediterranea alle pareti calcaree della zona del Baunei ci imponeva di goderci un contesto così unico al mondo fino in fondo. E in silenzio. A novembre, non avevamo grandi chances di incontrare anima viva, se non qualche capra domestica sfuggita agli allevatori e diventata selvatica nel corso dei mesi. Un po’ come noi, che nel selvaggio (blu) troviamo il nostro habitat.
Saro Costa è il cavallo del gruppo. Nel 2024 ho seguito in buona parte il suo progetto di concatenamento delle Alpi Ticinesi. Quarantuno vette sopra i 3000 m. in dieci giorni, con la sola rinuncia al Kastelhorn (per la neve e l’ora tarda) a interrompere un cerchio perfetto. In realtà della vetta c’è sempre importato poco, piuttosto cercavamo una connessione con le forme della natura e la gratificazione della stanchezza di giornate lunghe vissute a ritmo sostenuto. Anche qui l’approccio sarebbe stato lo stesso, naturalmente.
Per quanto riguarda Fabio Vigezzi, i nostri sentieri non si erano mai incrociati prima, ma la sua carta di identità di Maestro di Alpinismo UIAGM e consigliere del Collegio Guide Alpine Lombardia era autoesplicativa. La sicurezza come principio guida, lo rendevano una garanzia come apripista! A lui spettava il ruolo di sentinella del team.
Quanto a me, mi considero un appassionato di montagna fast & light che ha la fortuna di prendere parte a traversate atipiche con amici atleti. I miei strumenti sono una tastiera e la fotografia, e con il potere derivante da queste mi limito ad essere il testimone del viaggio.
Lo zaino pesa soprattutto per le doppie che ci serviranno in discesa. Completano il kit pane carasau, salame della Valtellina, formaggio di capra e qualche lattina di Ichnusa. Un paio di strati termici per la sera e il vento, casco e sacco a pelo per dormire sotto le stelle.
Dobbiamo essere versatili, così come l’avventura che ci aspetta.
SEGUENDO I SEGNALI
Partiamo in pieno pomeriggio, come per una semplice scampagnata. Il viaggio frammentato per raggiungere Santa Maria Navarrese ha allungato l’avvicinamento, la nostra caccia al silenzio ha fatto il resto. I primi chilometri scorrono veloci e già ci immaginiamo di tornare con uno zaino più leggero per aumentare i battiti, sospesi nella macchia mediterranea ancora curata, tra la parete e la costa.
Finalmente giunge la sera e saliamo al crinale da dove sbuca un gruppo di casolari del nostro primo rifugio improvvisato. Alcuni bagliori attirano la nostra attenzione. Ci avviciniamo ad una porta, venendo subito respinti da un abbaiare di un cane proveniente dall'interno. Le stelle illuminano una serata insolitamente calda, visto il periodo. Riponiamo le frontali, imbambolati con la testa all'insù. Il secondo tentativo è quello buono. Guidati dall’istinto, troviamo l’accesso a un altro edificio rustico, con un’ampia tavolata e un pavimento che accoglie i nostri materassini. L’ambientamento è stato azzerato, ci sentiamo già a casa.
La difficoltà principale di questi sentieri sta nel cogliere i segnali quasi impercettibili che sono disseminati. Spesso siamo abituati a interpretare i passaggi anche sulle nostre montagne di casa, ma qui è richiesto uno sforzo ulteriore. Sassi appesi sui rami delle piante, o rami di albero posizionati in verticale per indicare degli scalini rocciosi. Dopo la breve frustrazione iniziale, abbiamo imparato a riconoscere e apprezzare questi indizi lasciati da guide e abitanti del posto. Sono tracce leggere, ma necessarie, che ci riportano indietro nel tempo. A quando si improvvisava (eppure ci si capiva!) perché nel selvaggio blu le cartine e il GPS non sono sufficienti.
IL FUOCO NELLA ROCCIA
Alcuni segnali non sono lasciati però con intenzione. Succede al tramonto del secondo giorno. Tra salire, capire di aver sbagliato, decidere di scendere e trovare la linea corretta perdiamo quasi mezz'ora che fa sì che il buio inizi a calare su di noi e ci induca a cercare un riparo di fortuna.
Decidiamo di raccogliere l’invito di una scala rudimentale , posizionata di lato rispetto al sentiero, e interpretandolo come l’ennesimo segnale. Con il passare dei minuti realizziamo di aver preso un abbaglio: ci stiamo ritirando troppo verso l’entroterra. Dopo nemmeno mezz’ora riusciamo a orientarci e decidiamo di tornare al punto della svolta errata.
Forse ci siamo calati troppo nella parte dell’esploratore, sicuramente l'oscurità inizia a rallentare il passo e a erodere le sicurezze rimaste. Quel che è certo è che la stanchezza ha preso il sopravvento, e muoversi qui nella notte è fortemente sconsigliato. Non abbiamo altra scelta se non cercare un riparo di fortuna.
Fortunatamente su questo siamo abbastanza skillati. Troviamo una piccola rientranza in una grotta. Una vera salvezza, siamo davvero stanchi e affamati.
Siamo talmente assorti nel ripercorrere il segmento che ci ha portati alla meta errata che notiamo solo in un secondo momento le sterpaglie e i rami secchi ammucchiati, chissà da chi, vicino a noi. L’istinto prevale sulla necessità. Non abbiamo freddo, non abbiamo nulla da cucinare, ma ci troviamo ad accendere un fuoco. La fiamma illumina la serata e riaccende la nostra lucidità. E’ quel poco che ci bastava per ritrovare il nostro fuoco primordiale e mettere in ordine le idee. La linea immaginaria da seguire è ora ben chiara nella nostra mente. Panino con formaggio, birretta e notte sotto le stelle.
A volte è bellissimo poter improvvisare le tappe di un’avventura!
CALA GONONE’
L’indomani, siamo di nuovo in parete all’attacco della ferrata.
Le condizioni più miti e ventilate previste per questi giorni sono rimaste un’illusione. Se non fosse per le foglie a terra e il tramonto anticipato, potremmo giurare di trovarci in estate inoltrata. La gestione dell’acqua, in condizioni di umidità fino al 70% durante il giorno, è l’ostacolo principale rimasto per chiudere il nostro selvaggio blu e goderci un po’ di riposo a Cala Gononè, la nostra destinazione finale.
Questa volta la fortuna ci aiuta. Poco più avanti udiamo un plin a intervalli regolari, come a scandire i nostri passi. Scopriamo così un secchio posto alle basi di una grotta, che raccoglie l’acqua limpida caduta dalla roccia sovrastante. Una visione, un regalo inatteso.
Avevamo sottovalutato l’importanza di questo elemento, tanto scontato quanto essenziale. La decisione di quanta portarne nel selvaggio blu determina la gestione delle soste e i tempi di traversata, così come la fatica accumulata per il peso da trasportare. E’ così per ogni trekking o sentiero alpinistico, ma mai come oggi abbiamo toccato con mano questa legge non scritta.
È stato in quell'istante che abbiamo capito che il Selvaggio Blu, non è un semplice trekking, ma un luogo dove si riscopre il valore delle cose essenziali. Ciò che mi stupisce, a distanza di diversi mesi, è l’aridità di un territorio tanto estremo, a poche centinaia di metri da una delle zone balneari più gettonate al mondo.
Allo stesso tempo, questo spiega da solo l’avventura che abbiamo scelto per esplorare la Sardegna.
Siamo gente di montagna, i bagni in mare non fanno per noi.